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Archivio per la categoria ‘Astronomia, Medicina e Scienza’

La sonda Voyager NASA fa un scoperta interstellare

25 gennaio 2010

Schema della sonda Voyager 2
Schema della sonda Voyager 2
foto tratta da Racine

Il Voyager vola attraverso i confini esterni dell’eliosfera, esce dal sistema solare e fa rotta verso lo spazio interstellare. Un forte campo magnetico, però gli si para davanti: il sistema solare starebbe, quindi, attraversando una nube interstellare che, dice la fisica, non dovrebbe esistere.

Un team di scienziati sul numero 24 di Nature del mese di dicembre rivelano come si possa dare una risposta plausibile per risolvere tale mistero. Il tutto sfruttando i dati inviati delle navicelle spaziali della NASA Voyager1 e Voyager2, che esplorano lo spazio e sono ormai fuori dal sistema solare.

“Utilizzando i dati inviati dalla sonda Voyager della NASA, abbiamo scoperto un forte campo magnetico, appena fuori del sistema solare”, spiega l’autore Merav Opher, uno dei NASA Heliophysics Guest Investigator alla George Mason University. “Questo campo magnetico tiene insieme una nube interstellare e questo dato, questa scoperta, risolve il rompicapo di lunga data su come possa esistere tale nube interstellare”.

La scoperta fatta dal Voyager della NASA ha implicazioni per quel che riguarda le ipotesi sul futuro del nostro sistema solare: alla fine andrà a sbattere contro le altre nubi interstellari simili a quella scoperta e che si trovano nella nostra galassia, la Via Lattea. Gli astronomi e gli scienziati che la studiano chiamano la nube verso cui il sistema solare sta correndo con il nome di Nube Interstellare Locale o, usando un’espressione più corta “Local Fluff”.

Articolo completo da EmcElettronica;

Scienza, astronomia spettacolare

24 dicembre 2009

Tutto l’universo conosciuto. Animazione in scala degli orizzonti cosmici

Articolo completo da Il Disinformatico;

Cura istantanea per megalomani

Articolo completo da Il Disinformatico;

La mano bionica che ‘parla’ con il cervello

2 dicembre 2009

Impiantata su un italo-brasiliano, gli permette di controllare il movimento e ricevere stimoli sensoriali.

La mano bionica realizzata dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa (Ansa)

MILANO – La mano bionica è una realtà: il modello messo a punto dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e impiantato su un giovane italo-brasiliano nell’università Campus Biomedico di Roma funziona. Nel senso che l’uomo riesce a comandare l’arto con il cervello.

COME FUNZIONA – La mano bionica ha cinque dita indipendenti e dialoga con il cervello per mezzo di quattro elettrodi impiantati nel polso e nell’avambraccio. In questo modo l’uomo non soltanto controlla il movimento, ma riceve stimoli sensoriali.

È il frutto di un grande progetto, chiamato “LifeHand”, che prevede impianto e sperimentazione di interfacce neurali su un soggetto amputato al braccio, finanziato con fondi europei per circa due milioni in cinque anni.

I quattro elettrodi, messi a punto dall’azienda tedesca Ibmt, sono stati impiantati su due nervi del braccio: sono minuscoli filamenti flessibili e biocompatibili spessi 10 milionesimi di millimetro (nanometri) e lunghi 180 nanometri.

Ognuno di essi ha otto canali (localizzati su altrettanti siti in paltino) che permettono il passaggio dei segnali fra cervello e mano. Di conseguenza il dialogo cervello-mano avviene grazie a 32 canali.

Articolo completo da Corriere della Sera;

Torna a vedere grazie all’occhio bionico

30 novembre 2009

A Peter Lane, cieco da quasi 30 anni, è stato impiantato uno speciale ricevitore nella retina.

Peter Lane
Peter Lane

MILANO – Il cinquantunenne inglese Peter Lane, cieco da quando era poco più che ventenne, è entusiasta dei risultati finora raggiunti dopo l’intervento chirurgico al quale si è sottoposto. L’uomo, non vedente a causa di una malattia genetica degenerativa, ora riesce a distinguere i contorni delle porte e del mobilio e a leggere brevi parole grazie a una telecamera montata su un paio di occhiali che registra per lui tutto ciò che è davanti ai suoi occhi.

IL PERCORSO DELLE IMMAGINI – La videocamera cattura le immagini e le invia a un processore video che il signor Lane porta alla cintura. A sua volta, il processore converte le immagini in segnali elettronici che manda a un trasmettitore anch’esso posto sugli occhiali. Da qui parte un segnale wireless che raggiunge un ricevitore impiantato nella retina, il quale attraverso degli elettrodi stimola il nervo ottico e consente al cervello di ricevere le immagini.

Articolo completo da Corriere della Sera;

Fibre fotovoltaiche, pannelli solari spaziali

27 novembre 2009

di Alfonso Maruccia

foto tratta da TinyPic

I vecchi pannelli mandati in pensione da fasci di filamenti di vetro. Almeno nelle speranze di università e di qualche azienda lungimirante. Ma in Giappone sognano anche installazioni in orbita: entro il 2030, ci sono già gli appalti assegnati.

Roma – La “rivoluzione verde” dei pannelli solari deve ancora dare i suoi frutti, ma già i ricercatori sono all’opera per progettare tecnologie che vadano oltre: soluzioni “alternative” che vorrebbero rimediare alle supposte controindicazioni poste dall’installazione obbligata dei pannelli fotovoltaici sui tetti delle case e altrove.

“Nessuno vuole acquistare una macchina grande, belle ed elegante con un grosso pannello solare sul tetto”, dice infatti Zhong Wang del Georgia Tech, e in questa e altre occasioni la soluzione sarebbe quello che Wang e colleghi descrivono come il primo sistema di “pannelli solari” in 3D mai sviluppato. Un sistema che in pratica sostituisce i succitati pannelli con un buon numero di fibre ottiche ricoperte di ossido di zinco, “tirate” dal tetto sino ai dispositivi a cui fornire energia elettrica.

Articolo completo da Punto Informatico;

Come funziona l’energia nucleare

20 novembre 2009

Come funziona l’energia nucleare e come il processo di produzione dell’energia nucleare nei nuovi reattori autofertilizzanti può produrre meno materiali di scarto radioattivi.

L’energia nucleare

Con il termine energia nucleare ci si riferisce alla produzione di energia come risultato della fissione di particelle atomiche di materiale radioattivo, come l’uranio. L’energia rilasciata dalla fissione delle particelle crea una scarica che viene incanalata in diverse turbine per produrre elettricità.
Per essere più specifici, la fissione è il processo che divide una singola particella atomica, bombardandola con neutroni, per creare una grande massa di energia risultante dal processo di rottura.

Da non confondere con la fusione, in ogni caso, perché la fusione è il processo che combina le molecole in un’altra sostanza. I reattori nucleari sono centrali specializzate che utilizzano materiali come l’uranio per generare elettricità forzando verso le turbine il percorso delle scariche di calore ed energia generate. In molti casi, i reattori che producono energia nucleare sono molto simili ad altre centrali energetiche esistenti in giro per il mondo. Utilizzano soltanto un differente materiale come carburante.

I carburanti principali per i reattori nucleari sono l’uranio 235, il plutonio 239 e l’uranio 238. Di questi tre, l’unico materiale naturalmente disponibile è l’uranio 235, mentre gli altri sono differenti isotopi o variazioni di un determinato minerale.

Un isotopo è un composto molecolare che ha delle lievi differenze rispetto all’elemento atomico di base, come un numero maggiore o minore di elettroni o neutroni nel suo nucleo. Questi isotopi posso avere diverse proprietà e possono essere utili per generare diverse quantità di energia. Questi tre differenti composti sono usati come carburante per i reattori nucleari perché risultano altamente fissabili e di conseguenza ottimi per produrre grandi quantità di energia nucleare utilizzando meno materiale possibile.

Tra questi tre composti, il materiale più difficile da utilizzare come carburante è l’uranio 238. I nuovi “reattori autofertilizzanti veloci” però hanno la capacità di lavorarlo in maniera più efficace grazie alla facoltà di bombardare le barre d’uranio con neutroni ad alta velocità per penetrare e rompere il nucleo dell’uranio 238. Il 99.3 per cento dell’uranio estratto è uranio 238, questo rende i nuovi reattori autofertilizzanti fino a sessanta volte più efficienti delle vecchie centrali nucleari.

I nuovi reattori autofertilizzanti producono energia nucleare riducendo gli scarti

Articolo completo da EmcElettronica;

Il cervello del gatto clonato in un chip

20 novembre 2009

di Giovanni Caprara


foto tratta da BP BlogSpot

Lo studio degli scienziati Ibm e della Stanford University. «Daremo ai robot la facoltà cognitiva». «Tra dieci anni realizzeremo anche quello umano»

MILANO — Il gatto non do­vrebbe avere più segreti per­ché in laboratorio hanno rico­struito in modo artificiale il suo cervello simulandone il funzionamento. Lo scopo, pe­rò, non è conoscere meglio il domestico felino ma decifrare i meccanismi cerebrali dei mam­miferi per arrivare, in futuro, a riprodurre, quelli umani.

Meta ambiziosa ma non impossibile, a detta dei ricercatori. Il passo è stato compiuto da­gli scienziati del centro di ricer­ca dell’Ibm di Almaden (Usa) con i colleghi della Stanford University e del Lawrence Liver­more National Laboratory.

In pratica, utilizzando il supercom­puter «Blue Gene» del Livermo­re hanno riprodotto e messo in azione la corteccia cerebrale di un gatto con un miliardo di neuroni e diecimila miliardi di connessioni sinaptiche. Il supercomputer coinvolto è il quarto più potente del mondo ed ha impegnato tutte le 147.456 unità di elaborazio­ne (Cpu) di cui dispone assie­me alla prodigiosa memoria di 144 mila miliardi di byte, cen­tomila volte superiore a quella di un nostro computer.

La si­mulazione ha permesso di «ve­dere » come lavorano i neuroni del gatto senza tuttavia ripro­durre la loro velocità d’azione, in tal caso non necessaria.

IL PROGETTO SYNAPSE – Ades­so la Darpa, l’agenzia di ricer­ca del Pentagono, ha finanzia­to il progetto Sy­napse con 16 mi­lioni di dollari attraverso il qua­le lo stesso grup­po di ricercato­ri, più altri di va­rie università americane (Cor­nell, Columbia, Wisconsin e Cali­fornia) costruiranno un chip in grado di funzionare come il cervello di un gatto con tutte le sue capacità.

E il chip, ope­rando non come i computer tradizionali ma in modo più flessibile e tollerante degli er­rori, aggiungerà intelligenza alle macchine più svariate. «La barriera da superare per dare ai robot la facoltà della co­gnizione umana — dice Giulio Sandini dell’Istituto italiano di tecnologia — è quella di riusci­re a comprendere come perce­pire gli stimoli esterni e da questi produrre una decisione conseguente, quindi un’azio­ne in un certo modo consape­vole ».

Questo è appunto l’obiettivo dichiarato dai prota­gonisti del simulatore felino. «Entro dieci anni — prometto­no — realizzeremo anche quel­lo dell’uomo»

Articolo completo da Corriere della Sera;

Energia elettrica wireless. C’è qualcosa nell’aria

19 novembre 2009

Energia elettrica wireless

Presto sarà possibile trasferire piccole e grandi quantità di energia elettrica senza alcun bisogno di usare un supporto fisico,un addio definitivo ai tanto odiati cavi attorcigliati?

Ancora una voce di corridoio, ma stavolta secondo Eric Giler, CEO della WiTricity,si può davvero fare.La WiTricity è una società satellite del MIT (Massachussets Institute of Technology), dove cominciano con l’accendere una lampadina a qualche metro dalla presa elettrica, grazie alla conversione della corrente in campo magnetico, che rispedita in aria ad una particolare frequenza, arriva al dispositivo da alimentare.

Vecchia tecnologia?

La tecnologia è in parte invenzione dei tempi nostri, Nikola Tesla cominciò a sperimentare la trasmissione della corrente nel 1890, da allora,per i ricercatori è stato un azzardo continuo nello sviluppo. Gli ingegneri hanno lavorato su diversi metodi per convertire l’energia in segnale da trasmettere, ma sono ancora su scala commerciale ed hanno parecchi limiti. Ancora da perfezionare quindi, ma il business è gigantesco Si pensa che in 5 anni diventi realtà, dove il più grande effetto sarà di eliminare l’immenso spreco di energia dovuto all’uso di batterie “usa e getta”, nonchè alla completa eliminazione dei cavi di alimentazione.

Per ora è possibile trasferire piccole quantità di energia elettrica su grandi distanze (La Powercast, Pennsylvania, ha acceso un led a 1,6 chilometri dalla presa elettrica), anche se altre tecnologie sviluppano i cosiddetti “pad”, un tappetino speciale in grado di ricaricare cellulari, notebook,telecomandi e spazzolini elettrici, semplicemente appoggiandoli su di esso, ed una volta finita la carica, il pad si stacca automaticamente.

La differenza sta nella bassissima distanza, pochi centimetri ma potenze maggiori. Il problema è che ogni categoria di dispositivo dovrebbe avere il suo pad, dovuto alle diverse tensioni di alimentazione degli apparati (5, 12, 110, 220 volts) e alla gente l’idea non piace.

Wireless, pro e contro.

Articolo completo da EmcElettronica;

La Nasa conferma: «C’è acqua sulla Luna»

19 novembre 2009

Un mese fa la sonda LCROSS aveva lanciato missile-proiettile contro un cratere alla ricerca di riserve idriche.

Riferimenti nel Blog:

(Afp)

MILANO – Una «significativa quantità» di acqua ghiacciata è stata trovata sulla Luna. Lo ha annunciato la Nasa a poco più di un mese dal lancio da parte della sonda LCROSS di un missile-proiettile contro il cratere Cabeus al polo Sud lunare.

L’analisi spettrografica della nuvola di detriti provocata dall’impatto del missile ha confermato la presenza di acqua allo stato ghiacciato.

Articolo completo da Corriere della Sera;

Staminali per riparare i reni

13 novembre 2009

di Dozarte

fonte http://salute.aduc.it/notizia/staminali+riparare+reni_113792.php

http://www.smartbank.it/cellule-staminali.jpg
foto tratta da SmartBank

Un gruppo di ricercatori dell’Universita’ di Bari ha scoperto su cellule staminali umane isolate da reni la presenza di un recettore, chiamato TLR2, che potrebbe funzionare da antenna o sensore di danno, facendo percepire alle cellule staminali stesse la presenza di un danno nei tessuti circostanti e quindi anche nel rene ed attivando quindi processi riparatori.

La scoperta, appena pubblicata dall’autorevole rivista americana Faseb Journal e coordinata da Fabio Sallustio, e’ stata fatta presso il laboratorio di Nefrologia del Policlinico di Bari.

I ricercatori hanno dimostrato, tra l’altro, che lo stimolo di questo recettore attiva le cellule staminali residenti nel rene e le induce a proliferare e a secernere una serie di fattori che potrebbero direttamente concorrere al riparo del danno renale o, a loro volta, indurre altri tipi di cellule ad intervenire nei processi di rigenerazione.

I ricercatori sono riusciti a far differenziare le cellule staminali in cellule renali in tempi molto piu’ brevi del normale, propro inducendo la stimolazione del recettore TLR2.

Articolo completo da Dozarte;